Filippo lo chiede a Gesù:
“Mostraci il Padre e ci basta!”.
E Gesù gli risponde:
"Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?".
L'evangelista ci vuol dire che la tradizione religiosa può condizionare talmente la mentalità di un individuo da impedirgli l'esperienza di Dio. Filippo è da tanto tempo con Gesù - a quell'epoca i discepoli vivevano giorno e notte con il loro maestro -, ma nonostante fosse sempre a contatto di Gesù, manifestazione visibile, percepibile di Dio, è condizionato da tutta quella tradizione religiosa che separava l'uomo da Dio.
Secondo la mentalità ebraica c'erano i famosi "sette cieli": Dio risiedeva sopra il settimo cielo e i rabbini, che amavano calcolare tutto, dicevano che tra un cielo e l'altro c'era una distanza di 500 anni di cammino, Quindi, tra l'uomo e Dio c'erano 3500 anni di cammino. Una distanza inaccessibile.
Condizionato da questa mentalità Filippo, pur vedendo il Dio che si manifesta in Gesù, ha difficoltà a comprenderne l'identità. Non capisce che il Padre è esattamente come Gesù.
Basta osservare ciò che fa, ciò che dice, ciò che insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, chi frequenta, chi accarezza, da chi si lascia accarezzare, con chi va a cena, chi sceglie, chi rimprovera, chi difende… perché così fa il Padre. Le opere che Gesù compie sono quelle del Padre (v. 10). Vedere Lui equivale a credere.
Chi vede in Gesù il Padre, chi gli accorda piena fiducia ed è disposto a giocarsi la vita sui valori da lui proposti, compirà le sue stesse opere e ne farà di più grandi. Non si tratta dei miracoli, ma del dono totale di sé per amore. Il Padre continuerà a realizzare nei discepoli le opere di amore che ha compiuto in Gesù. Anzi ne faranno di più grandi perché, tornando io dal Padre, restano loro a farlo conoscere e a consegnarsi come strumenti nelle sue mani.

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