“So che il servizio pastorale, oggi, è più faticoso di ieri. L’importante è non portare le fatiche da soli. E l’arte della verifica pastorale non chiede di fare di più: dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza, ne sarebbe stato tradito il senso.
Il prete è un uomo che ascolta prima di rispondere, Discerne prima di decidere, resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo.
Il prete non concentra in sé ogni responsabilità: riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa.
Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità.
Il prete si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere la propria parrocchia, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa.
Nessuno è chiamato a vivere tutto questo da solo. Il presbiterio non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità, ed è il primo luogo in cui verificare se ciò che si fa genera davvero comunione. Accanto, i diaconi ricordano a tutta la Chiesa che essa esiste per servire.
(Papa Leone XIV all’Assemblea diocesana di Roma 18.09.2026)

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