20.11.2016 – 34^ Tempo Ordinario Cristo Re: Saper cogliere l’innocenza di Gesù!

Pubblicato da Stefano, Con 0 Commenti, Categoria: Liturgia, Omelie,

Ecco come si congeda Luca dopo un anno passato insieme. Lassù, in croce, c’è un uomo, dalla vita disastrosa, che si rivolge Gesù in questi termini: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!”

Di quale regno si può trattare se un uomo, non certo per bene, vi può entrare?

Infatti gli viene assicurato: “oggi con me sarai nel paradiso”. Il paradiso! Ecco un ambiente nuovo per chi non lo ha mai frequentato. E bisogna per questo entrare.

Qual è la carta d’identità che permette di avere l’accesso? Osserviamo i movimenti che accadono su quella cima di dolore e di morte.

Il ladrone in croce sa distinguere bene tra sé e Gesù: per quanto riguarda se stesso si sente colpevole e quindi riconosce che merita ciò che gli accade; per quanto invece riguarda Gesù ne coglie l’innocenza e quindi non merita quella pena.

Quindi per entrare non si tratta di fare cose straordinarie ma di arrivare a riconoscere non solo il proprio limite ma di essere capaci di combinare dei guai che introducono in punti che impediscono di vedere le cose nel modo giusto; riconoscere dunque di sbagliare, avere sbagliato e di essere così fragili, da poter ancora sbagliare. E nello stesso tempo riconoscere Gesù nella sua innocenza che è la sola a poter dare la certezza di essere accolti, salvati e introdotti in essa.

Il paradiso non è frutto di sforzi – se non quello di vincere l’egoismo che mette al centro se stessi – ma di consapevolezza di chi siamo noi e chi è Dio.

È dire: Signore, ecco quello che sono, povero e peccatore; mi rendo conto di non potercela fare; per fortuna ci sei Tu che mi abbracci con la tua misericordia e sai trarre cose buone anche dalla mia miseria. Senza di Te sarei perduto!

Dunque il regno di Dio è ambiente adatto a tutti quelli che sanno mettersi al proprio posto, condurre una vita semplice ed umile, realizzare giorno dopo giorno il dono di sé …e sono capaci da quella posizione, di riconoscere che ciò che è impossibile agli uomini è possibile e Dio, anzi proprio a Lui nulla è impossibile.

Così è spiegato bene anche nella parola di vita di novembre 2016:

“Tutto” possiamo con la presenza dell’Onnipotente; “tutto” e solo il bene che Egli, nel suo amore misericordioso, ha pensato per me e per gli altri attraverso di me. E se non si attualizza subito, possiamo continuare a credere e sperare nel progetto d’amore di Dio che abbraccia l’eternità e si compirà comunque.

Basterà lavorare “a due”, come insegnava Chiara Lubich:

«Io non posso far nulla in quel caso, per quella persona cara in pericolo o ammalata, per quella circostanza intricata… Ebbene io farò ciò che Dio vuole da me in quest’attimo: studiare bene, spazzare bene, pregare bene, accudire bene i miei bambini… E Dio penserà a sbrogliare quella matassa, a confortare chi soffre, a risolvere quell’imprevisto.

È un lavoro a due in perfetta comunione, che richiede a noi grande fede nell’amore di Dio per i suoi figli e mette Dio stesso, per il nostro agire, nella possibilità d’aver fiducia in noi. Questa reciproca confidenza opera miracoli.

Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi».

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