13.07.2025 – 15^ del Tempo Ordinario: CHI È MIO PROSSIMO? – Lc 10,25-37

13.07.2025 – 15^ del Tempo Ordinario: CHI È MIO PROSSIMO? – Lc 10,25-37

Pubblicato da admin, Categoria: Liturgia, Omelie,

Tre note a prima vista:
1. I programmi dell’uomo che si ferma, saltano.
2. Il malcapitato è uno sconosciuto.
3. Appartiene ad un altro popolo, con tradizioni religiose e culturali diverse.
È una lezione magistrale per il dottore della legge che vuol mettere alla prova Gesù facendogli dire parole compromettenti. Del tipo che il prossimo non è solo il connazionale o della stessa religione, ma ogni uomo.
A tal proposito il Card. Carlo Maria Martini afferma che:
Prossimo si diventa. Prossimo non è colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, che mi approssima”.
Vi è una piccola locuzione avverbiale che può colpire: “per caso”.
Espressione che pare stia li come una freccia direzionale a indicare un'opportunità. Pensiamo a tutti i nostri "per caso", alle opportunità perdute o accolte attraverso le quali ci è stato chiesto di fermarci e di parlare del Signore Gesù ai nostri fratelli, e se siamo stati "docibili", lasciandoci interrogare da situazioni di incontro che attendevano un aiuto. Il Samaritano è un "docibile", si lascia interrogare dall'accadimento, coglie quella opportunità che gli si offre improvvisa sul cammino e salva una vita.
È necessario fare attenzione alla nemica della relazione che è la fretta. Invenzione di un mondo che non si ferma e passa sempre oltre anche se vede qualcuno morire. E che tu, io quando avviciniamo qualcuno o è lui ad avvicinarci, andiamo di fretta oppure abbiamo pensieri altri che girano per la testa, l’altro/a lo percepisce per empatia e non è più libero/a di parlare e perde la fiducia.
Ogni attimo è dato da Dio perché Egli possa vivere in noi e passare per le strade del mondo abituandoci ad elevare lo sguardo in alto per poi dirigerlo vero l’altro/a. È come carpirlo al cielo perché dia senso alla terra e soprattutto sollevi l’uomo e la donna in cui Gesù vive.