02.02.2020 – 4^ del Tempo Ordinario: Abbracciare il proprio futuro

02.02.2020 – 4^ del Tempo Ordinario: Abbracciare il proprio futuro

Pubblicato da Stefano, Con 0 Commenti, Categoria: Liturgia, Omelie,

Come poter riconoscere Gesù dentro un immenso tempio e in mezzo a così tanti bambini? Si annota che “lo Spirito aveva preannunciato (a Simeone) che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore” (Lc 2,26).

Vediamo i passi di Simeone.

1. Attesa:

Simeone è l’uomo saggio che sa aspettare le mosse dello Spirito. È umile e attento a tutto. Non dice: ma quando, Signore? E nell’attesa è sempre più certo che il Signore non può abbandonare il suo popolo e sarà fedele alle sue promesse.

2. Il tempo di Dio.

Quel giorno, il giorno di Dio, “mosso dallo Spirito, si reca al tempio e accolse tra le braccia il bambino” (Lc 2,28.29).

Un vecchio abbraccia un bambino sapendo di abbracciare il proprio futuro. È contento vedendo chi gli rappresenta la continuità della sua vita. Lui ha sperato, ha creduto: ora la sua speranza è qui, piccola come un bambino, ma piena di vitalità e di avvenire.

L’episodio ha in sé qualcosa di profondamente umano: l’uomo che gioisce che altri continuino la propria opera; l’uomo che gioisce del fatto che, pur nella propria decaden­za, vi sia un risveglio, un rinnovo, qualcosa che vada avan­ti. Egli ci rappresenta di fronte alla novità di Dio.

La novità di Dio si presenta come un bambino e noi, con tutte le nostre abitudini, paure, timori, invidie, preoccupa­zioni, siamo di fronte a questo bambino, alla novità di Dio. Lo abbracceremo, lo accoglieremo, gli faremo spazio?

3. Preghiera.

Simeone non può che concludere: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele” (Lc 2,30.32).

Questa preghiera suppone una grande tensione interiore e che quest’ uomo di fede abbia portato avanti la sua esistenza camminando da giusto e timorato di Dio, secondo la legge, ma senza mai vedere l’oggetto della sua speranza. Ora può pregare così perché per molti anni ha desiderato la gloria del suo popolo. L’ ha visto umiliato, afflitto, oppresso e ha sperato. Ha atteso di vedere la luce… e ora vede.

Ora vede un bambino e parla di salvezza. Fa un’esperienza che agli occhi di altri non significa nulla, ma che in lui, illuminato dalla fede e dallo Spirito Santo, significa “vedere la salvezza”. Ha avuto quella grazia che nella Scrittura si chiama apertura degli occhi o l’apertura del cuore.

Egli ha saputo cogliere, negli eventi semplici del Bambino Gesù portato da Maria e da Giuseppe al tempio, la presenza della salvezza di Dio che si stava manifestando. E le sue attese si sono sciolte nella pace. La gloria di Israele non è presente in quel momento, la luce delle genti non è ancora manifestata alle nazioni, ma in quel segno misterioso Simeone vede la salvezza.

Così erompe la sua preghiera di lode e di ringraziamento: “Signore, basta! E, tutto ciò che ho desiderato, il mio cuore è pieno; tutti i miei desideri sono saziati!” L’attesa si scioglie nella contemplazione della salvezza.

Che non ci accada di chiudere gli occhi dicendo: Questo Bambino non c’è, questa salvezza non c’è, questa novità non esiste.

Che possiamo aprire gli occhi perché possiamo vedere e comprendere come la salvezza è in mezzo a noi e basta aprire le braccia per poterla stringere al nostro cuore.

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