Nella preghiera di Gv 17, Gesù non si è rivolto ai discepoli chiedendo loro di “essere tutti uno” come un’esigenza da realizzare, la sua ultima e più cara volontà.
Gesù si è rivolto al Padre e prega il Padre dinanzi ai discepoli, di modo che i discepoli abbiano coscienza di ciò che essi già sono – essere uno – come dono del Padre legato alla partenza di Gesù, cioè alla sua morte-risurrezione.
Gesù non chiede ai discepoli di essere uno, ma di amarsi; l’unità non si fa, ma si attua e si testimonia.
E in quel momento, Gesù non si riferisce a tutti gli uomini, ma solo ai discepoli… “affinché il mondo creda”.
Spiega un esegeta (De La Potterie): l’unità del mondo “è un fine secondo, non nel senso che avesse soltanto un’importanza secondaria, ma perché essa si realizza precisamente grazie al compimento del fine primo che è l’unità dei credenti”. Nell’unità, la presenza di Dio si fa visibile e attrae.
E poi l’evangelista ci vuol dire che, nell’unità attuata, Gesù – ora risorto – continua a svolgere mediante i credenti uniti, la sua missione messianica e, come durante la sua esistenza terrena, il mondo deve scegliere: credere o rifiutare.
Gesù risorto continua la sua missione mediante i credenti, e con le medesime reazioni degli ascoltatori.
Gerard Rossé

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