Estraniarsi per abitare in modo giusto i luoghi della vita quotidiana

Estraniarsi per abitare in modo giusto i luoghi della vita quotidiana

Pubblicato da Stefano, Con 0 Commenti, Categoria: Quaresima,

Il deserto

Estraniazione “orizzontale”, che significa anche il silenzio. Anzi, proprio questo potrebbe essere oggi il vero deserto.

Provare a far tacere tutto: non solo le voci fisiche (quasi impossibile, in un mondo il cui “paesaggio sonoro” è dominato dal suono continuo), ma anche e soprattutto gli innumerevoli congegni ai quali è perennemente connessa la nostra esistenza.

Deserto come disconnessione, mancanza di “campo”, batterie esaurite senza possibilità di ricarica… L’unico modo, forse, per riscoprire che cosa ha voluto dire, per Israele, l’esperienza del deserto come mancanza delle cose più elementari e necessarie all’uomo, e dunque tempo della “prova”, tempo che porta a scoprire cosa c’è nel cuore dell’uomo (cf. Dt 8,2); condizione di rischio, perché, in un luogo mancante di confini e di riferimenti visibili, e soprattutto in un silenzio vertiginoso, irreale, si rischia di scoprire che la propria voce non è molto diversa da quella del tentatore, che tra i nostri desideri nascosti e le sue seduzioni non c’è, poi, tanta differenza.

Portare nel deserto quaresimale le parole delle Scritture, riempire del loro ascolto il silenzio vuoto e farle diventare, poco alla volta, la nostra parola – come le risposte di Gesù al tentatore – potrà essere un buon antidoto, e la mappa sicura per non smarrirsi in un’assenza di piste dalla quale nessun “navigatore”, per quanto tecnologicamente avanzato, può veramente orientarci.

La montagna

Estraniazione, sulla direttrice verticale: si lascia a valle ciò che ci lega alla vita di sempre per intraprendere la salita faticosa verso l’altura pasquale. La figura ascensionale permette, a sua volta, una comprensione sensata delle “privazioni” quaresimali: perché non si sale bene in alta quota, se si è sovraccarichi e se non è stata scelta l’attrezzatura giusta.

Poi, quanto più si sale, uscendo dall’ ombra protettrice dei boschi, tanto più il paesaggio cambia, e la visuale si trasfigura. In una giornata luminosa, l’aria si fa tersa, il sole accecante, la luce abbacina, soprattutto se ci si avvicina alle altezze – sempre più in su – delle nevi perenni. Si riesce ad immaginare, almeno per frammenti, qualcosa di ciò che hanno potuto vedere i discepoli che hanno seguito Gesù fino alla vetta: il volto brillante come il sole, il biancore luminoso delle sue vesti (cf. Mt 17,2-3), l’ebbrezza di stare in cima al mondo…La quaresima offre qui anche il suo aspetto di avventura dello spirito, di ascensione appassionante, che fa passare in secondo piano la fatica del percorso. Qui le voci si fanno più chiare e distinte, non ci sono più le ambiguità del deserto: la gioia del discepolo al quale si dischiude tutta la bellezza, di solito velata, che splende sul volto del Maestro; la Voce che dalla nube lo conferma e lo addita come oggetto del compiacimento del Padre e Parola offerta all’ascolto dei discepoli e dell’umanità tutta; e la voce stessa di Gesù, che congiunge la forza della rivelazione («Non temete!») con il tocco umano e incoraggiante, che fa rialzare i discepoli tramortiti dalla chiarezza luminosa della Parola.

Nel luogo montano Matteo ha raccolto alcuni snodi decisivi del suo racconto: dalla montagna che ha dato il nome al primo grande discorso di Gesù (cf. 5,1ss), passando per il monte della preghiera (cf. 14,23) e del pane moltiplicato (cf. 15,29), e quello della trasfigurazione fino al luogo dell’ultimo incontro del Risorto con i discepoli (cf. 28,16), l’indicazione è sicura: è un sentiero che vale la pena percorrere, per incontrarvi il Dio-con-noi e ascoltarne la voce attraverso la quale Dio continua a parlare agli uomini.

(da Settimana n.9/2 marzo 2014)

 

 

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