I fanciulli non mi lasciavano né recitare l’ufficio, né mangiare né dormire, se prima non insegnavo loro alcune orazioni!

I fanciulli non mi lasciavano né recitare l’ufficio, né mangiare né dormire, se prima non insegnavo loro alcune orazioni!

Pubblicato da Stefano, Con 0 Commenti, Categoria: Articoli,

Francesco Saverio nacque il 7 aprile 1506 nel castello di Xavier, in Navarra (Spagna), e mori il 3 dicembre 1552 sull’isola di Sancian, nelle vicinanze della Cina. Fu uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola; insieme a lui, a Teresa d’Avila e a Filippo Neri, fu canonizzato da Gregorio XV nel 1622, lo stesso anno nel quale il Pontefice erigeva la Sacra Congregatio de Propaganda Fide. Fu poi «dichiarato Patrono dell’Oriente dal Papa Benedetto XIV nel 1748 e successivamente nel 1904 fu eletto da Pio X Patrono per la propagazione della Fede. Infine nel 1927, con santa Teresa del Bambin Gesù, fu proclamato da Pio XI Patrono di tutte le missioni» (San Francesco Saverio. Le lettere e altri documenti, a cura di A.Caboni, Citta Nuova, Roma 1991, 35).

Egli è dunque uno tra i più significativi rappresentanti di quella Chiesa tridentina definita come «una Chiesa per le anime».

La vita e l’opera di Francesco Saverio si inquadrano, infatti, in quel periodo caratterizzato dalla riforma della Chiesa, dalla lotta al protestantesimo e anche dalla missione ad gentes, inauguratasi sulla scia dei grandi viaggi oceanici dei secoli XV e XVI e della conseguente nuova comprensione della geografia mondiale, primavera missionaria all’inizio dell’età moderna. In questo orizzonte Francesco Saverio svolse una tale opera di evangelizzazione da meritarsi il titolo di “Apostolo dell’India e del Giappone”, titolo che può comprendersi adeguatamente solo alla luce delle condizioni di vita dell’epoca, nonché di quelle inerenti ai viaggi, alle distanze e ai tempi degli spostamenti (dal 1541 al 1552, per esempio, Saverio percorse per mare 63.000 km).

La vita di Francesco Saverio si svolse in due tappe: quella europea, dal 1506 al 1541, segnata dall’incontro a Parigi con Ignazio, il quale, richiamando costantemente la frase di Gesù «quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26), “conquistava” Saverio tra i primi compagni di quell’avventura che avrebbe preso il nome di Compagnia di Gesù; e quella missionaria asiatica, dal 1541 al 1552, caratterizzata dall’apostolato ad gentes, che ebbe come mete principali l’India (1541-1545), le Isole Molucche (1545-1549) e il Giappone (1549-1552), fino alla morte a Sancian.

Attraverso di lui lo “spettacolo della santità” raggiungeva terre e popoli fino allora sconosciuti alla Chiesa, che potevano ascoltare l’annuncio del Vangelo e accogliere l’universale salvezza nella fede in Gesù Cristo risorto.

La spiritualità e l’azione missionaria di Saverio risultavano fondate sulla consapevolezza espressa da San Paolo: «L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli e morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più cosi» (2Cor 5,14-16).

Naturalmente tutto ciò si declinava nel concreto contesto nel quale Francesco viveva e svolgeva il suo apostolato. Dalle lettere è possibile estrarre indicazioni significative, come nel caso della lettera a Ignazio del 28 ottobre 1542 e di quella ai compagni a Roma del 15 gennaio 1544, di cui si riportano alcuni passaggi: «Quando arrivavo in questi luoghi, battezzavo tutti i fanciulli non ancora battezzati, in modo che impartii il sacramento ad una grande moltitudine di bambini che non sanno quale differenza vi sia tra la destra e la sinistra. Non appena arrivavo nei villaggi, i fanciulli non mi lasciavano né recitare l’ufficio, né mangiare né dormire se prima non insegnavo loro alcune orazioni. Allora cominciai a capire perché di essi è il regno dei cieli […]. Ho conosciuto fra loro grandi talenti e se vi fosse chi li ammaestrasse nella santa fede, sono sicurissimo che sarebbero buoni cristiani» (San Francesco Saverio. Le lettere e altri documenti, cit., 102-103).

«In questi luoghi molti trascurano di farsi cristiani non avendo persone che si occupino di cose tanto pie e sante.

Molto spesso sono scosso dal pensiero di andare nelle Università delle vostre parti, gridando come un uomo che abbia perduto il senno, e soprattutto nell’Università di Parigi, dicendo a tutti quelli della Sorbona, che hanno più scienza che non voglia di farla fruttificare: “Quante anime non possono andare in paradiso e vanno all’inferno per vostra negligenza!”» (San Francesco Saverio. Le lettere e altri documenti, cit., 110-111).

A proposito di apostolato, esso era caratterizzato da una «maniera affabile e piena di comprensione e di rispetto per tutte le persone che avvicinava, [che] era certamente una delle sue doti umane più belle e attraenti, ma serviva certo a nascondere, sotto un velo di riserbo e nel migliore dei modi, quella vita spirituale intensissima e quella unione intima con Dio che gli ardevano nel cuore»

(S. Francesco Saverio. Le lettere e altri documenti, cit., 38).

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