Il terzo necessario

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Un’epoca dilaniata da contraddizioni è la nostra.

Sul piano politico a un’affannosa e spesso – sofferta ricerca di unità politiche sopranazionali fa riscontro un rigurgito irrazionale di egoismi nazionalistici e di movimenti separatisti all’interno stesso dei singoli paesi.

Sul piano sociale ai solenni riconoscimenti dei diritti dell’uomo che, se attuati, potrebbero portare a una convivenza quasi celestiale, fa riscontro un disprezzo presso che emblematico della persona altrui a cominciare dai delitti verso la vita intrauterina fino all’emarginazione degli anziani.

Sul piano psicologico ai conclamati principi del rispetto dovuto a qualsiasi persona umana che in quanto tale ha diritto a non venire in alcun modo manipolata, fa riscontro un autentico bombardamento di condizionamenti da far pensare che gli unici uomini liberi siano gli eremiti.

La teologia e la filosofia mai come in questi ultimi decenni hanno puntato sulla comunione e sull’intersoggettività, ma chi se ne cura di verificarle sul piano sperimentale? O se si tenta di farlo, perché cosi pochi successi nel quadro spirituale e psichico delle singole persone quando invece ci si aspetterebbe – come promettono – beatitudine e soddisfacente maturità umana?

Forse la radice dell’insuccesso sta nel fatto che è più facile formare dei gruppi psicologici che una comunione di persone; è più facile legare gli uomini con ideologie o con altri scopi tendenti alla soddisfazione immediata di comuni esigenze individuali ma transitorie, che costituire una comunione totale di vita dove il singolo è tutto nella considerazione degli altri e allo stesso tempo nulla per la cosciente e volontaria donazione di sé agli altri.

È chiaro che tentare questa soluzione, presuppone l’accettazione di un valore indiscusso e in qualche modo assoluto: l’altro, come persona.

Ma resta a vedere se ciò sia possibile restando sul solo livello psicologico; e pare proprio di no, dal momento che nell’altro ritrovo i miei stessi limiti, le stesse esigenze, e non mi si può chiedere di annullarmi in chi non è nulla più di me, o se lo faccio non posso che ricadere nella stessa solitudine radicale.

È per questo, probabilmente, che all’attuale ansiosa ricerca di unità risponde di fatto o l’angoscia dell’esistenza o i delitti contro la persona o la fuga nelle forme di ricercata assenza artificiale dai problemi della convivenza umana.

Ma bisogna esser ciechi per non vedere che sempre si tratta, in questi casi, di autentico suicidio.

All’assurdo di questa situazione sociale non c’è scampo.

A meno che non si incominci a intuire, con quel barlume di spirito che ci è rimasto, che in ogni uomo c’è l’Uomo.

Allora Gesù, oltre che storicamente vero, verrebbe alla ribalta come sociologicamente necessario.

(Silvano Cola)

Un’epoca dilaniata da contraddizioni è la nostra.

Sul piano politico a un’affannosa e spesso – sofferta ricerca di unità politiche sopranazionali fa riscontro un rigurgito irrazionale di egoismi nazionalistici e di movimenti                    separatisti all’interno stesso dei             singoli paesi.

Sul piano sociale ai solenni      riconoscimenti dei diritti dell’uomo che, se attuati, potrebbero portare a una convivenza quasi celestiale, fa riscontro un disprezzo presso che emblematico della persona altrui a cominciare dai delitti verso la vita intrauterina fino all’emarginazione degli anziani.

Sul piano psicologico ai conclamati principi del rispetto dovuto a qualsiasi persona umana che in quanto tale ha diritto a non venire in alcun  modo manipolata, fa riscontro un autentico bombardamento di      condizionamenti da far pensare che gli unici uomini liberi siano gli   eremiti.

La teologia e la filosofia mai     come in questi ultimi decenni    hanno puntato sulla comunione e sull’intersoggettività, ma chi se ne cura di verificarle sul piano        sperimentale? O se si tenta di farlo, perché cosi pochi successi nel      quadro spirituale e psichico delle singole persone quando invece ci si aspetterebbe – come promettono –    beatitudine e soddisfacente maturità umana?

Forse la radice dell’insuccesso sta nel fatto che è più facile formare dei gruppi psicologici che una     comunione di persone; è più facile legare gli uomini con ideologie      o con altri scopi tendenti alla     soddisfazione immediata di comuni esigenze individuali ma transitorie, che costituire una comunione totale di vita dove il singolo è tutto nella considerazione degli altri e allo  stesso tempo nulla per la cosciente e volontaria donazione di sé agli altri.

È chiaro che tentare questa     soluzione, presuppone l’accettazione di un valore indiscusso e in qualche modo assoluto: l’altro, come persona.

Ma resta a vedere se ciò sia possibile restando sul solo livello psicologico; e pare proprio di no, dal momento che nell’altro ritrovo i miei stessi limiti, le stesse esigenze, e non mi si può chiedere di annullarmi in chi non è nulla più di me, o se lo faccio non posso che ricadere nella stessa solitudine radicale.

È per questo, probabilmente, che all’attuale ansiosa ricerca di unità      risponde di fatto o l’angoscia dell’esistenzao i delitti contro la persona o la fuganelle forme di ricercata assenza artificialedai problemi della convivenza umana.

Ma bisogna esser ciechi per non vedere che sempre si tratta, in   questi casi, di autentico suicidio.

All’assurdo di questa situazione sociale non c’è scampo.

A meno che non si incominci a intuire, con quel barlume di spirito che ci è rimasto, che in ogni uomo c’è l’Uomo.

Allora Gesù, oltre che storicamente vero, verrebbe alla ribalta come   sociologicamente necessario.

 

(Silvano Cola)

 

 

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